Vincenzo Ceccato
 

Ho già avuto modo di confrontarmi con il lavoro di Vincenzo Ceccato che ho sintetizzato nel testo per la sua precedente personale titolata "Artificio"; questa successiva analisi mi conferma le linee-guida del lungo percorso stilistico dell'artista: l'aggiomamento sempre rinnovato delle contaminazioni linguistiche, l'accrescimento del potenziale comunicativo dell'opera, l'uso di tecniche nuove. Se il carattere di tale ricerca palesa in parte il suo debito con la sperimentazione anni '60/'70 è perchè quella è la sua radice storica alla quale l'artista appartiene in pieno, sia generazionalmente che per condivisione di esperienze creative.

Il senso del suo lavoro è tutto rivolto verso l'attenzione all'individuo e alla sua moltiplicazione potenzialmente illimitata, che rimanda alla riflessione da una parte sul rischio della massificazione, e dall'altra sui pericoli della elonazione attraverso la raffigurazione di singoli uomini e donne generalmente serigrafati su plexiglass o fermati con la macchina fotografica e, dopo una fase rielaborativa e compositiva in digitale, stampati con il plotter su tela;

 

 

in alcuni casi con l'inserimento di neon, in altri inglobati in teche che ricordano reliquie tra il mortale e l'artificiale. La duplicazione di tali icone origina una vera e propria folla alla quale Ceccato dà la possibilità di diventare (ritomare?) singoli personaggi principali: trasfortnando quella realtà assente, senza un carattere individuale nè protagonismo, vissuta nei non-luoghi del passaggio senza appartenenza tanto bene analizzati da Mare Augè, in presenza unica e significativa dove si riconsideri la relazione con l'altro da sè. Per fare questo, è stato necessario rallentare l'equazione spazioltempo: questa massa umana nel caos della quotidianità massificante respirava, parlava, camminava, guidava, si agitava, vendeva, comprava, si arrabbiava, andava al lavoro, si recava in palestra, magari nuotava, oppure leggeva... e le è invece stata imposta una stasi nell'eccezionalità dell'arte, raggelandone ogni gesto. 
La sospensione permette una diversa riflessione, la serialità un'intensificazione del concetto; così più cloni di quelle persone raffigurate si mettono in scena in forma di allestimento, di immagine digitale e di teche per restituire simulacri. E se nella sua precedente mostra Ceccato aveva scelto un tono leggero, quasi ludico, per restituire questi concetti, qui scopre versanti più seri del discorso, ancora nei modi, e nei termini, di configurazioni essenziali, minime: come poc'anzi accennato, le teche evocano contenitori di reliquie che Ceccato sembra suggerire possano essere -prima o poi tutte- trasformate in prodotto incorruttibile e inalterato, congelato in questa nuova veste per sempre, nella fissità della propria arti - ficialità sottolinendo il potere manipolatorio, inquietante ma allo stesso tempo seduttivo, dell'iperindustriale, della tecnologia, dell'ingegneria genetica. Ma se, in fondo, questo non è altro che un semplice "pensiero che echeggia nel vedere", egli lascia al pubblico fruitore la responsabilità di condividerlo con lui e la possibilità di scegliere il percorso della storia, una storia che resta aperta a più finali, al dubbio, all'indecifrabilità. Certo che si possa superare l'impasse indicata da Man Ray, rammaricato dei fatto che "Ci sarà sempre qualcuno che guarda le opere d'arte con la lente d'ingrandimento per cercare di vedere come invece di usare il cervello e immaginare perchè" 

Barbara Martusciello


 
 
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